La lirica de « L’angelo di fuoco » e la sua logica terrificante

ange-de-feu-lyonC’é una giovane donna straniera, bionda, dall’aria candida, ma sotto i suoi occhi cosi belli si nasconderebbe il diavolo ? Sola in un albergo in fondo al bosco, abbandonata dal mondo, Renata cerca il suo compagno, Madiel. Sono legati da una promessa, ma lui dov’é ? Renata cerca, é impaziente. Lui é partito lasciando a questa giovane come unica compagnia solo una banda di tristi demoni che si agitano nella notte. Ovviamente il villaggio la teme, se ne parla. Si narra che sia lei la colpevole della scomparsa dei bambini, che divori le pecore, che adori Belzebù. Madiel, suo angelo custode, aveva avviato Renata sin da bambina ad una vita casta e di santità , ma lei si invaghisce dello stesso che, irato, si trasforma in una colonna di fuoco. Solo un uomo coraggioso, un cavaliere, Ruprecht ha pietà di lei. Ne é addiruttura innamorato, nonostante il cuore di Renata sia totalmente preso da Madiel. Per lei é disposto a tutto : combattere sino anche a morire.

Il russo Prokofiev sa andare contro le regole del gioco dell’opera classica. La sua é un’opera proibita, tratta dal celeberrimo romanzo di Brjusov, una macchina da incubo, un’opera carica di simbolismo e misticismo, di elevazione spirituale. Un mondo cupo e sconvolto quello che arde nell’ Angelo di fuoco, non facile da rappresentare.

E’ la storia di una tragica ossessione ambientata nelle nere inquietudini della Germania del ‘ 500. Intorno vi sono duelli, premonizioni, stregonerie. Ma quello che rende più il pubblico più instabile sono le perpetue visioni demoniache, ossessive, molto più che inquitanti, fino alla condanna al rogo di Renata da parte dell’Inquisizione per essersi congiunta carnalmente con il Demonio . In seno al convento la giovane ha trovato Madiel, il male.

La musica é forte, ben scandita, quasi allucinata, dal dinamismo frenetico. Nessuno spazio alle lacrime romantiche e patriottica a cui siamo stati abiatuati. Solo profonde riflessioni sulla condizione umana, ambigua, densa, appasionata.

Abbiamo un’eroina i cui desideri sono smisurati al punto da poter essere definiti vertiginosi. L’enigma che la confonde é responsabile del dinamismo della storia, dell’affascinante impresa che sfugge alla ragione. E’ la sconfitta di fronte alla potenza delle forze del male che sembra nascere semplicemente dalla ricerca dell’amore. E’ un conflitto interiore doloroso, sofferente, accecato da un desiderio carnale. Pulsioni intime che si confondono con il senso di colpa che divora l’eroina.

Assistiamo a un dramma soprannaturale, immaginario, psicanalitico. Angosciante. Temiamo e soffriamo.ange-de-feu-lyon-2

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Les Parapluies de Cherbourg, un musical francese

parapluie-locandinaIl festival Lumiere 2016 che si tiene a Lione consegnerà il proprio Prix Lumiere a Catherine Deneuve. Una donna, un’attrice, il cui carisma e la cui forza hanno affascinato attraverso una lunga brillante carriera. Di conseguenza stupisce di non vedere tra le pagine del programma il capolavoro che l’ha consacrata sul grande schermo : Les Parapluies de Cherbourg.

Palma d’oro a Cannes nel 1964, candidato all’Oscar, questo primo musical francese cinematografico che deliberatamente fa l’occhiolino ai colossi di Hollywood come “West Side Story” diventa in breve tempo un fenomeno internazionale.  E’ il primo film a colori totalmente cantato.  E qui i colori, saturi e elettrici, giocano un ruolo da protagonista, quasi allo stesso livello di una partizione studiata per ottenere la massima commozione dallo spettatore. Considerato il mio personale coinvolgimento durante la visione posso ammettare che la missione é magistralmente riuscita nonostante siano trascorsi 52 anni dall’uscita del film di Jacques Demy.

La partizione stessa é scandita da frasi « primo fazzolezzo », « secondo fazzoletto », ecc…  mentre le tematiche dell’assenza, della guerra, del tradimento, del folle amore, della passione, della fedeltà scorrono tra le note. Questo é anche uno dei rari film in cui viene evocata apertamente la guerra in Algeria.

parapluie-immagineUna giovane e splendente Catherine Deneuve interpreta Génevieve che vive il suo primo grande amore con Guy rappresentato dall’italianissimo Nino Castelnuovo ; sono felici, vogliono sposarsi. E tutto cio’che viene dopo é inutile svelarlo. Ma nell’amara delusione delle storie a cui sembra mancare un lieto fine ricordiamo che Genevieve non ha dimenticato, altrimenti non sarebbe tornata a Chembourg. La sua colpa é quella di non aver avuto la pazienza di attendere.

Un’opera moderna, attuale, scandita attraverso tre atti felici e tragici che ci interroga sino a che punto sia possibile lottare per realizzare i propri sogni, quale sia il significato della vita e del proprio passato, ma anche del valore del proprio futuro.

 

Euro 2016 – L’esposizione di Lione, divino calcio

divinement footGli europei di calcio del 2016 trovano casa dai nostri vicini di casa francesi. L’evento che raccoglie tifosi da ogni paese (o quasi) del vecchio continente invade alcune grandi città, tra cui Lione che, concesso il gioco di parole, colgono la palla al balzo per lanciare qualche evento culturale che possa sposarsi con un mondo che il più delle volte sembra molto lontano dalla filiera culturale.

Dibattiti e confereze sul tema della « democrazia » nel calcio sono nel calendario cittadino sotto l’ombrello La démocratie par le foot, ma non solo. Il museo di storia cittadina, il museo Gadagne, che trova casa nel centralissimo quartiere di vieux Lyon si é messo in gioco inaugurando il 21 aprile un’esposizione : Divinement foot !

Fino al 4 settembre la città si rivolge ad un pubblico differente, quello dei turisti che si recano in città per assistere a una partita, a coloro che si dipingono il volto e si avvolgono nella bandiera della propria nazione, a quei tifosi che non siamo abituati a immaginare all’interno di un museo. Ma perché no ? Sarebbe limitativo perdere l’occasione e affermare il contrario. La storia di un tessuto cittadino passa anche da questo, e in Italia dovremmo saperlo molto bene.

E cosi Lione ci ricorda attraverso un’esposizione interattiva adatta ad ogni tipo di pubblico come questo sport sia da considerarsi una sorta di nuova religione particolarmente popolare in tutto il mondo. Se ne analizzano i riti, gli eroi beatificati, i luoghi di culto, i valori. Il tutto con in apertura la sovrapposizione evidente della coppa premio (quella che si alza a seguito di una vittoria per intenderci…e che si colleziona con fierezza) e del calice che rimanda a sua volta a tradizioni come quella del Santo Graal. Tutto diventa immadiatemente evidente.

Vignette-paniniL’introduzione inserisce subito questo sport nella dimensione sacrale, i calciatori sono idoli ed eroi. Un vacabolario religioso. L’olandese milanista Van Basten accettava l’appellativo di « San Marco » donatogli dai tifosi… Un vero e proprio furto della terminologia e cultura propria al campo religioso, e non si tratta di campo da gioco. Noto a chiunque é il culto di Pelé, per il quale la nazione ha addirittura istituito un giorno di festa nazionale, e di Maradona. Simili a quei santini che le nonne di altri tempi conservano gelosamente, ecco spuntare immagini dei giocatori da idolatrare. Era il 1961 quando la repubblica del pallone (leggesi Italia) generava una vera e propria rivoluzione : l’album di figurine Panini ! Proprio durante i recentissimi Mondiali di Rio i giocatori spagnoli sono state rappresentati nell’album storico da un’artista tedesco  come santi in vetrate di una cattedrale. Scelta originale che lo stesso autore attribuisce propria alla cultura spagnola poiché ammette che non avrebbe potuto realizzare la stessa cosa per la squadra della Germania. Differenze culturali…

altarino maradonaQuesta nostra Italia, non considerata la Cattolicissima come la Spagna, aveva comunque già sperimentato nella fase Risorgimentale una nuova religione laica, quella della patria. Quando Garibaldi diventa Maradona cosa succede ? Emergono anche in questo caso le reliquie preziose e senza prezzo. Quindi esposto in sala un pittoresco altarino (riprodotto) presente di fronte un bar napoletano contente un paio di capelli del celebre giocatore argentino. Quei capelli vengono idolatrati, e non solo. Citando lo stesso testo pubblicato su Wikipedia é stata fondata nel 1998 a Rosario una chiesa a lui dedicata : « La Iglesia Maradoniana (Chiesa di Maradona) è una religione parodistica fondata dai sostenitori dell’ex-calciatore argentino Diego Armando Maradona, da loro considerato il migliore al mondo nonché Dio del calcio. ». Preghiere, sacramenti e festività (esiste sia una Pasqua che un Natale), nonché una buona dose di seguaci sorprendono i non credenti ! Ovviamente l’esposizione lascia aperta una parentesi sui dibattiti che restano in ogni caso vivi a oggi come l’abuso di droga e l’illegalità praticata dal giocatore…

Ma siamo ancora nella sfera religiosa quando il 22 giugno 1986 lo stesso Maradona, durante i mondiali in Messico, segna di mano contro l’Inghilterra dichiarando, al termine della partita, che si trattava di un gol per « mano divina ».

togoMolto interessante é anche osservare la vetrina dedicata ad altri tipi di rituali religiosi legati a questo sport, come quelli praticati dal Togo nel 2006… Le differenze culturali non impediscono alla sfera del sacro di penetrare il mondo calcistico. Vivi sono ancora i ricordi dei reportage sui riti voodoo prima di alcune partite importantissime giocate dagli azzurri, o espressioni del tipo « di macumba si vince » !

Per chiudere con una nota di sacralità anche nazionale, diamo spazio all’inno cantato in apertura, prima del calcio d’inizio, quell’inno che faticosamente i nostri giocatori non semplicemente cantano, ma in alcuni casi si esprimono con la mano sul cuore. E i tifosi anche. Il culto della Patria, il culto del Calcio, il CULTO punto.

Le forme dell’amore in “Café Society”

café societyLa croisette del 2016 ha visto sfilare sul tapis rouge dell’apertura del festival di Cannes un cast giovane e brillante unito sotto le ali protettrici di un fecondo Woody Allen. Nulla da dire a proposito delle ottime interpretazioni, della fotografia impeccabile di un mondo color seppia e argento che sembra risultare molto apprezzato.

La mia riflessione sorge piuttosto soffermandosi sul termine « amore », parola attorno alla quale gira la sinopsi letta dalla sottoscritta (e non solo) prima di accedere alla sala cinematografica. Questa parola dovrebbe riflettere il nodo centrale dell’intreccio cinematografico in atto : la storia della relazione amorosa tra i due protagonisti. Una lettura superficiale della pellicola lo conferma in modo ineccepibile , quasi banale.

La mia lettura pone pero’ una serie di questioni, legge negli sguardi, nei silenzi cosi come nelle frasi che ondeggiano nei dialoghi sempre tanto importanti nelle opere di Allen. E la conclusione é un’esclamazione : ma questo allora sarebbe amore ?

All’interno di questa « Society » prendono parte più forme di amore che pero’ si contraddistinguono nettamente, partendo da quello più genuino e quasi innocente (ma forse non ingenuo) della moglie del protagonista, a quello dell’uomo atcafe society3tempato che perde la testa per la propria segrataria… L’unico che pero’ trova posto sul piedistallo di cristallo e capta tutta la luce dei riflettori é quello « contrastato » dei due protagonisti, il quale li renderebbe quasi una nuova sorta di Romeo e Giulietta, amanti maledetti.

Tutto questo ha fatto sorgere in me un forte turbamento interiore. Sarebbe amore stare insieme a una persona solo perché in grado di riempire di complimenti e di far sentire importante ? O forse potremmo pensare piuttosto a riconoscenza, simpatia, ecc. Non nego possa entrare in gioco la vanità, ma dubito fortemente di poter utilizzare a giusto scopo il termine « amore » all’interno di un tale contesto.

Sarebbe amore scegliere di sposare l’uomo che possiede un’enorme fonte di mezzi economici e ricchezza, potenza, stabilità, in grado si garantire opulenza in gioielli e vita mondana ? A mio parere corrisponde a una sorta di opportunismo che combacia col fascino subdolo del potere, il quale non é pero’ sinonimo di amore.

Sarebbe amore ritornare a pensare a quel ragazzino liquidato senza mezze misure in quanto naif e squattrinato quando lo si ritrova in cima a un impero, celebre, elegante e sicuro di se ? Evito direttamente una risposta…

Forse l’unico amore é quel colpo di fulmine , a senso unico evidentemente, che continua a tormentare il protagonista, che lascia il futuro in sospeso, perché non é stato consumato, e non tanto perché proibito. La fiamma non si spegne quando non si concede alla candela il tempo di consumarsi. Ma evitiamo di persuaderci del contrario, il senso é unico. L’incrocio di forme é l’unico AMORE di “Café Society”: un cerchio, un rettangolo, un quadrato e un triangolo.

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Brooklyn : noi, il passato, il presente e il futuro

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Una nuova generazione di migranti é quella che caratterizza oggi il panorama mondiale. Il termine stesso di migranti é entrato nel vocabolario quotidiano dei media e della gente comune grazie alla cronaca non sempre rassicurante. Ma, senza andare toccare argomenti critici e fonti di dibattiti sempre più ricchi e anche violenti, vorrei soffermarmi su un’immagine : quella dell’Italia, il mio Paese, che vede la propria meglio gioventu’ prendere un volo, un treno, un bus, verso un orizzonte migliore… migliori opportunità, miglior futuro. Perché queste sono le prospettive attuali, sebbene si dica il contrario ai vertici. Il censimento AIRE é ancora più eloquente.

Brooklyn4Quella é la nave di cui si imbarca Eilis Lacey nel 1952. La protagonista di Brooklyn, film pluri-candidato agli Oscar di quest’anno, nonché vincitore del British Academy Film Awards 2016, lascia il paese in cui é cresciuta in Irlanda decidendo di emigrare negli Stati Uniti. Sembra banale ma non é facile. Tutta la sofferenza é espressa magistralmente da una Saoirse Ronan tutt’altro che inesperta. Le difficoltà di una giovane donna, il coraggio, la solitudine… tutti sentimenti che nonostante sia trascorso più di mezzo secolo sono vivi più che mai oggi nella vita di chi prende in mano il proprio destino e si getta nel « nuovo mondo ». perché le ricenche attuali lo confermano ancora : il rischio dell’immigrazione è anche depressione.

Nel corso del film lo ripetono spesso : il male interiore col quale si deve condividere inizialmente é considerato nella norma da chi ha già attraversato lo stesso ponte, ha già percorso gli stessi passi e ne conosce le trame. Le stesse lacrime sono una norma. Perché anche se tutto sembra perfetto ricostruire la propria vita é una missione per nulla evidente. Eilis, come molti di noi, é coraggiosa, é forte, ma questo non le impedisce di avere un cuore. Un cuore che batte per i propri cari, per la propria terra e la propria identità.  Ma tutta questa forza é fondamentale per poter passare alla fase superiore, l’adattamento. Perché il male non é eterno, é solo passeggero. Questo é l’altro tema sempre presente.

Brooklyn2E’ cosi, poco a poco, quella nuova casa diventa la nostra casa. Eilis scrive alla propria sorella, Rose, dicendo che non poteva aspettarselo mentre invece é successo. Non abbassare le proprie ali, non chiudersi in se stessi, lasciare che la vita scorra nelle proprie vene e un’atteggiamento positivo che guarisce le lacrime della lontananza.  Eilis riesce a costruirsi una vita a Brooklyn e si innamora. Eilis ha trovato il proprio posto.

Brooklyn3Ma il legame con la propria terra ? Un ritorno porta a esclamare « ho dimenticato tutto questo »… I dubbi, dover decidere quale vita si vuole per se stessi. Il timore delle proprie scelte. Tutto puo’ essere rimesso in discussione. Tutto é questione di scelte. E siamo noi gli unici che possiamo assumercene le responsabilità e le conseguenze.

Eilis fa prova di coraggio, prima, durante e dopo. Sappiamo che la sua vita non é stata né sarà facile, che il proprio passato non si puo’ mettere nel cassetto di cui gettiamo la chiave. Non apparteremo mai al 100% alla nuova vita che abbiamo cercato, che abbiamo voluto. Ma questa é la nostra vita. La vera forza é capirlo. E accettarlo.

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“Finché un giorno spunterà il sole, forse non te ne accorgerai subito, la sua luce sarà tenue e ti sorprenderai a pensare a qualcosa o al qualcuno che non ha alcuna attinenza per il passato, qualcuno che appartiene solo a te, e capirai, che la tua vita è li.”

Teaser / Trailer

Giorgio Bassani e “Il romanzo di Ferrara” – La lirica della missione

Il_romanzo_di_FerraraPer andare a Ferrara serve un libro. Per conoscerne l’atmosfera servono delle pagine ben scritte. Serve la poesia e la lirica di un romanzo non comune e di un autore che decide di imporre la stessa scrittura come strumento d’espressione della propria emozione.

Giorgio Bassani e il suo « Romanzo di Ferrara » navigano con circolarità magistrale tra novelle e romanzi di una vita attraverso gli stessi luoghi e gli stessi personaggi creando une vero e proprio microcosmo con una logica interna precisa e impeccabile. L’insieme delle opere trova giustamente posto nel « Romanzo » essendovi qui un vero corpus dalla coerenza tematica.

L’autore, in quanto « poeta », sente la necessità di descrivere (in modo quasi ossessivo, fino a cristallizzare) per comprendere. A lui spetta il compito di recuperare un passato problematico. Qualcosa di traumatico. Senza pero’ entrare nelle maglie del movimento neorealista, senza dar vita a un romanzo ideologico. Lui, come Primo Levi, DEVE farlo.

Bassani é uno scrittore difficile. Bassani fa dell’esperienza dell’esclusione il pilastro fondante della sua opera. Lui é uno scrittore che vive il suo secolo e lo racconta : la nascita del movimento fascista ; l’inizio e lo sviluppo della tragedia antisemita in Italia ; l’immediato delicato dopoguerra. La storia con i suoi avvenimenti é un fil rouge che si sente, che si narra. Il 1938 e le leggi razziali sono sempre nello sfondo. Sono sempre presenti mentre a Ferrara dove gli ebrei sono borghesi e fascisti come ogni italiano patriota. Sono i volontari che hanno partecipato al primo conflitto mondiale.

Ferrara pero’ deve essere raccontata da un Bassani che la vive come prigione. Questa é per lui una prigione del passato, quello traumatico che non si puo’ dimenticare nonostante la nuova Italia desideri cancellare ogni ricordo spiacevole. Ferrara é sempre cinta da mura. Ferrara é una città che osserva e giudica. Ferrara é borghese, laica, reazionaria e fascista. Lei é la città emblematica all’interno di un’Italia che non ha saputo negarsi alla dittatura. E lui la narra attraverso storie di rotture sociologiche, restituendo una struttura logica al caos storico. La denuncia storica e la dimensione letteraria coabitano allora fedelmente.

Fuggire da Ferrara significa restarne comunque prigioniero, e se ogni personaggio é cosciente dell’alternativa, sa che al destino non si puo’ sfuggire. L’individio é continuamente prigioniero dllo sguardo dei curiosi. L’individio arriva anche al suicidio, come forma liberatoria, come desiderio estremo di fuga. Lo stesso Bassani fuggendo dalla sua città, raggiungendo Roma e Napoli, é un prigioniero della sua Ferrara.GIORGIO BASSANI - IL GIARDINO DEI LIBRI

La città é senza dubbio coprotaconista con l’io del narratore. Alla topografia viene attribuita un’importanza fondamentale in quanto anche metaforica. La città parla e si esprime. Spazio e tempo sono due dimensioni strettamente legate, immobili.

L’autore vive una missione : quasi una sorta di intermediario tra i vivi e i morti, per lui che ha il peso di essere sopravvissuto, e vuole restituire dignità a quella persone la cui scomparsa diviene banale oblio. Si incarica di mantenerne viva la memoria. Di darle quella dimensione di eternità propria della scrittura, di conservare il suo sguardo sempre rivolto all’indietro (come dice egli stesso ne « Il giardino dei Finzi Contini »), di andare alla ricerca di quel tempo perduto. (Innegabile l’influenza di Proust.)

Il romanzo é un viaggio nel passato. Fissarne le esperienze e resuscitare attimi di vita. Oltre quella frontiera simbolica e discriminante, quella divisione spaziale e sociale che puo’ essere immaginata in corso Giovecca.

La sua é vera indignazione ma evocata in modo sottile. Il peggio é cio’ che non viene raccontato. Come i campi di sterminio, oggetto onnipresente ma all’interno del campo del « non detto ».

C’é qualcosa di poetico e di estremamente enigmatico nella lettura di Bassani. Spetta al lettore tirarne le conclusioni finali, elaborare il tutto attraverso la sua coscienza.

La chiarezza e la descrizione particolarmente realista accompagnano personaggi ambivalenti e instabili in una realtà complessa. L’unica cosa evidente é la solitudine e l’esilio di un intellettuale che sente di dover rendere conto di tutto attraverso la letteratura.bassani___targa_casa

Bassani vive una missione.

Quei 20 anni di Toy Story…

toy_story_wallpaperEra il 1995. Anche se in Italia sarebbe arrivato nel 1996.

Tutto ebbe inizio con una lampada da tavolo con braccio flessibile (di quelle che si vedono negli studi degli architetti) che saltellava. La sua lampadina era come un occhio che osservava e che ci avrebbe trasportati a nostra insaputa verso il futuro. Perché quella era la Pixar, quella casa di produzione cinematografica specializzata in “computer generated imagery” (CGI). Ovvero quella prima casa cinematografica ad aver sviluppato un lungometraggio interamente realizzato e sviluppato in computer grafica : Toy Story.

Per noi cresciuti a pane e grandi classici si tratta di roba moderna. Addio « Re Leone », arrivederci « La bella e la bestia », e via dicendo… eppure lo sbalzo temporale diviene realtà fulminante quando la scoperta che si celebrano i 20 anni di Toy Story guadagna terreno !

I giocattoli sono vivi, provano emozioni e ne fanno provare a noi. Il successo planetario ne costiuisce una saga (altrettanto grandiosa). Rivederlo oggi sul grande schermo, rendendosi conto che la maggior parte dei genitori in sala erano ancora bambini quando si trovavano sulle poltroncine del cinema 20 anni fa a vedere le disavventure di Woody e Buzz, é senza dubbio qualcosa che fa un certo effetto. Io accompagnavo il mio fratellino. Ma certo non mi rendevo conto della rivoluzione in atto.

La storia vuole che la Pixar abbia dato vita anche a altre leggende dell’animazione come « Cars » , « Ratatouille », « WALL•E », « Up », « Monsters & Co. »…

Ma non dimentichiamoci che tutto é cominciato li…a casa di un bambino che amava i suoi giocattoli.

Letture sotto l’ombrellone: “Sanditon” di Jane Austen

sanditonChe io sia una fervente seguace di Jane Austen é chiaro a chiunque abbia avuto il merito di incontrarmi. Non vi é mai stata ombra di dubbio. Che io sia cresciuta a pane e Jane, scrivendo citazioni in ogni dove, pure.

Bene, la mia opinione e la mia passione non sono mutate col trascorrere del tempo, ma una domanda sorge spontanea: per quale assurdo teorema scientifico dobbiamo noi posteri pubblicare manoscritti abbandonati, incompleti?

Non volendo pretendere il titolo di critica letteraria mi limito solo a chiedere il rispetto nei confronti dell’autore. Perché acquistare Sanditon non é corretto. Leggerlo non ha senso, offensivo nei confronti di Jane. Cosi’ come trovare in copertina  le due belle parole “EDIZIONE INTEGRALE”: follia se il riferimento é verso un’opera che nulla ha di integrale. Si tratta di un centinaio di pagine, incipiti magari di qualche promettente romanzo, un esercizio letterario ultimo della miglior narratrice al mondo, che pero’ non si conclude in nulla. Ci lascia cosi, non avanza di un passo.

Non possiamo nemmeno sfruttare la fantasia e dilettarci in esercizi di proiezione dei personaggi essendo gli elementi a disposizione troppo miseri. Siamo privi di entusiasmo oltre che delusi. e questa pubblicazione é un pessimo errore.

L’importanza delle biblioteche aperte d’estate

In questo clima soffocante e catastrofico di mezzo agosto, vorrei cogliere l’occasione per diffondere un semplice articolo di un giornalista de “L’Internazionale”, C. Raimo, per non nascondere la polvere sotto al tappeto. La cultura e il nostro rapporto con i libri e la conoscenza coincidono con la nostra storia e con il nostro popolo. Forse é inutile aggiungere altro, oltre alle evidenze!

libri-estate-biblioteca“Chi vuole andare a leggere o a studiare alla biblioteca nazionale di Roma, da circa un mese si trova davanti un cartello che dice:

A seguito del persistere delle condizioni climatiche torride e del malfunzionamento dell’impianto di climatizzazione, si comunica che è anticipata l’entrata in vigore dell’orario estivo a decorrere dal 9 luglio 2015

Lo stesso avviso si può leggere (con qualche refuso in più e solo in italiano) anche sul sito dove è specificato cosa vuol dire orario estivo: apertura dalle 8.30 alle 13.30 tranne che dal 10 al 22 agosto quando l’orario si ridurrà a un’ora al giorno, dalle 10 alle 11; la distribuzione dei libri sarà disponibile anche quella solo un’ora la mattina, dalle 9.30 alle 10.30.

Se non fosse un comunicato ufficiale, sembrerebbe una parodia. Ed è vero che gli effetti di questi orari estivi sono ridicoli. Immaginatevi di aver bisogno di consultare un certo libro per una vostra ricerca: andate la mattina a cercarlo alla biblioteca nazionale, lo richiedete in quella fascia di un’ora a voi concessa, ve lo recapitano, lo sfogliate e capite – accade spesso a chi fa ricerca – che non è quello che cercavate, dovete tornare la mattina dopo per ordinarne un altro.

Le biblioteche potrebbero trasformarsi in piazze del sapere

Ogni volta che si sente parlare di un paese che sta investendo sulla cultura, bisognerebbe fare l’esempio della biblioteca nazionale di Roma o di quella nazionale di Firenze (che dal 10 al 22 agosto chiude del tutto), ed essere meno sorpresi e moralisti rispetto ai cosiddetti cervelli in fuga.

Per centinaia di migliaia di studenti universitari l’estate è oltre che la stagione di riposo, il tempo in cui poter fare ricerca più liberamente, e per studiare ci si sposta – si è anche semplicimente costretti a spostarsi. Per esempio a Parigi – dove la biblioteca nazionale non fa pause estive e ha un sito in nove lingue; a Madrid – dove la Biblioteca nacional de España d’estate riduce il suo orario dal consueto 9-21 a quello 9-19.30; o a Monaco, dove la Bayerischen Staatsbibliothek è aperta dalle 8 a mezzanotte.

Contrastare la disgregazione sociale

Ma non è solo agli studenti che le biblioteche potrebbero essere utili d’estate. È almeno un ventennio che anche in Italia si discute sulla trasformazione del loro ruolo, a partire dal fatto che l’utenza media in molte parti d’Italia non supera il 2 per cento di abitanti l’anno.

Le biblioteche potrebbero trasformarsi da sale di archivio, studio, consultazione, a quelle che un libro di Antonella Agnoli chiama Le piazze del sapere (2009): luoghi aperti a tutti (anche stranieri che non parlano italiano, oppure senza fissa dimora), dove si legge certo, si prendono in prestito libri ma si può consultare internet, si fanno anche dei corsi, si può giocare alla playstation, o semplicemente si prende un aperitivo, ci si incontra, ci si riposa.

È quello che Agnoli definisce il ruolo sociale delle biblioteche sulla scorta dell’esempio anglosassone delle public library. Se le ripensiamo in questo modo – lei stessa l’ha fatto come consulente per vari comuni – vedremo l’utenza aumentare anche del 500 per cento, e soprattutto avremo dei presìdi democratici, utili proprio a contrastare quella disgregazione sociale che sembra il problema cardinale delle amministrazioni pubbliche.

Ma c’è di più. Le biblioteche possono essere ripensate anche affidandogli un ulteriore ruolo, quello turistico. In un recente incontro con il ministro della cultura Dario Franceschini, Agnoli ha citato l’esempio statunitense, per cui le biblioteche ospitano spesso anche il visitor center.

In Italia la loro diffusione capillare sul territorio – addirittura più degli uffici postali – permetterebbe di avere un ufficio turistico anche in luoghi dove non ci sono fondi per impiantarne uno ex novo, e al tempo stesso darebbe la possibilità a chi sta viaggiando di accedere al resto dei servizi: lettura, internet, riposo…

Il ministro Franceschini non ha raccolto. Ma sarebbe invece proprio indispensabile che accanto ai finanziamenti che ha promesso nel febbraio scorso – tra cui un milione di euro alle due biblioteche nazionali che evidentemente non basta per non farle chiudere ad agosto – ci fosse finalmente un progetto vero di ripensamento delle biblioteche. Il rischio altrimenti è quello di assistere, con poche velleitarie armi di contrasto, al lento declino di quella che invece potrebbe essere una delle reti più vive per cultura e per la democrazia di un paese.”

Alcune considerazioni essenziali su « Magic Mike »

magicmike-620x330O per meglio dire « Michele il Magico », come potrebbe vincere l’appellativo in una commedia all’italiana (con terrore penso già a cinepanettoni alla Boldi/De Sica)…

E effettivamente qualcosa di magico il nostro Mike Lane la conserva bene addosso (e non stiamo parlando ovviamente della maglietta) : quando lui balla si prova una sensazione di impotenza tale da annientare ogni essere umano di genere maschile (sugli agli generi del regno animale lasciamo gentilmente il beneficio del dubbio). Non é solo il suo sorriso, che in realtà appartiene a un tale Channing Tatum, in grado di farci scogliere al pari del calore post era glaciale… e nemmeno quel corpo statuario e praticamente perfetto. Mike é anche bravo, intelligente, e per questo forse anche MAGICO.MAGIC-MIKE-XXL

Ma analizziamo il contesto circostante, a cominciare dai suoi comgnagni di merende, o meglio i suoi colleghi : una sorta di boy scouts che hanno perso la retta via. E qui diventa indispensabile la cesura tra il primo film e il suo inaspettato seguito « XXL ». Se infatti gli sportivi, inadattati e tossicomani spogliarellisti erano in una prima fase alla base di un problema sociale con sfondo la Tampa/Miami nel 2012, li si ritrova tre anni dopo psicologicamente sotto altri panni. Difficile definirli più maturi, ma certo più umili e anche più sconfitti da una vita che nella vita reale vita non é (ok, perdonate il gioco di parole). Non c’é pacco di dollari o pasticca che tenga. Eppure é quella vita che li mantiene in piedi, offre loro brividi e anche quella fiducia in loro stessi.

Abbiamo di fronte degli uomini (e non più solo dei maschi) che hanno vissuto la guerra, il cui progetto professionale si rivela un fallimento (oltre che un’investimento di vita), abbandonati dalle proprie donne perché si sono rese conto che hanno bisogno di altro. E qui emerge la consapevolezza che questo secondo film, in superfice dall’aspetto notevolmente più leggero, dopotutto é un inno all’amicizia, perché di fronte a tutto questo solo « un fantasma del passato », che puo’ essere la passata vissuta follia, guarisce o almeno tampona queste mancanze. E loro stessi se ne proclamano i guaritori.

Poi ci sono le donne. Il pubblico. Il denaro che vola a pioggia o giace appallottolato all’interno di slip brillanti. Simili a bestie assatanate fanno paura anche dietro lo schermo cinematografico, massa indistinta, denudata di anima, inscindibile al punto da par provare vergogna al gentil sesso della Beatrice dantesca.

A questo punto io mi pongo naturalmente delle questioni. Per quale motivo gettare denaro senza aver gustato il prodotto ? Non basterebbero a tal scopo dei coriandoli colorati ? E cosi eccitante sentire il sudore malodorante di uomini che palpano senza ritengno trattandoti come bestia ? Personalmente mi bastava andare in discoteca, provare per credere…

In altri termini io la teoria dello studio antropologico/psicologico dell’amica bisex di Mike (Joanna) me la sono seriamente bevuta. Perché a me queste donne, di ogni genere, rango ed età, fanno paura. E se cosi é la norma negli States, il Vecchio Stivale ne fa copia/incolla in occasioni quali la « festa della donna » tali da far rabbrividire ogni femminista vecchio stampo (per non citare le celebri suffragette). Fortunatamente al realizzatore piace ricordare che oltre all’ormone impazzito esiste la donna normale, e quella piace ancora, anzi di più, perché con quella ci vuoi costruire una casa, e prendere un cane.

Cosi preferisco ora mettere da parte tutte le mie contrarietà sull’abuso incontrastato di droghe, protagonista fastidioso della prima pellicola, per ricordare il sorriso del ridicolo e divertente insieme di distributore di ormoni. Perché é vero che il primo « Magic Mike » ci pone di fronte a problemi esistenziali reali che non sono polvere da nascondere sotto un comune tappeto, ma resto dell’idea che siamo noi a scegliere il colore e la forma da dare alle nostre vite. Oltre la volgarità, questo é il genere di film che é meglio resti un generatore si sorrisi, anche se talvolta dal retrogusto amaro.