La lirica de « L’angelo di fuoco » e la sua logica terrificante

ange-de-feu-lyonC’é una giovane donna straniera, bionda, dall’aria candida, ma sotto i suoi occhi cosi belli si nasconderebbe il diavolo ? Sola in un albergo in fondo al bosco, abbandonata dal mondo, Renata cerca il suo compagno, Madiel. Sono legati da una promessa, ma lui dov’é ? Renata cerca, é impaziente. Lui é partito lasciando a questa giovane come unica compagnia solo una banda di tristi demoni che si agitano nella notte. Ovviamente il villaggio la teme, se ne parla. Si narra che sia lei la colpevole della scomparsa dei bambini, che divori le pecore, che adori Belzebù. Madiel, suo angelo custode, aveva avviato Renata sin da bambina ad una vita casta e di santità , ma lei si invaghisce dello stesso che, irato, si trasforma in una colonna di fuoco. Solo un uomo coraggioso, un cavaliere, Ruprecht ha pietà di lei. Ne é addiruttura innamorato, nonostante il cuore di Renata sia totalmente preso da Madiel. Per lei é disposto a tutto : combattere sino anche a morire.

Il russo Prokofiev sa andare contro le regole del gioco dell’opera classica. La sua é un’opera proibita, tratta dal celeberrimo romanzo di Brjusov, una macchina da incubo, un’opera carica di simbolismo e misticismo, di elevazione spirituale. Un mondo cupo e sconvolto quello che arde nell’ Angelo di fuoco, non facile da rappresentare.

E’ la storia di una tragica ossessione ambientata nelle nere inquietudini della Germania del ‘ 500. Intorno vi sono duelli, premonizioni, stregonerie. Ma quello che rende più il pubblico più instabile sono le perpetue visioni demoniache, ossessive, molto più che inquitanti, fino alla condanna al rogo di Renata da parte dell’Inquisizione per essersi congiunta carnalmente con il Demonio . In seno al convento la giovane ha trovato Madiel, il male.

La musica é forte, ben scandita, quasi allucinata, dal dinamismo frenetico. Nessuno spazio alle lacrime romantiche e patriottica a cui siamo stati abiatuati. Solo profonde riflessioni sulla condizione umana, ambigua, densa, appasionata.

Abbiamo un’eroina i cui desideri sono smisurati al punto da poter essere definiti vertiginosi. L’enigma che la confonde é responsabile del dinamismo della storia, dell’affascinante impresa che sfugge alla ragione. E’ la sconfitta di fronte alla potenza delle forze del male che sembra nascere semplicemente dalla ricerca dell’amore. E’ un conflitto interiore doloroso, sofferente, accecato da un desiderio carnale. Pulsioni intime che si confondono con il senso di colpa che divora l’eroina.

Assistiamo a un dramma soprannaturale, immaginario, psicanalitico. Angosciante. Temiamo e soffriamo.ange-de-feu-lyon-2

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Euro 2016 – L’esposizione di Lione, divino calcio

divinement footGli europei di calcio del 2016 trovano casa dai nostri vicini di casa francesi. L’evento che raccoglie tifosi da ogni paese (o quasi) del vecchio continente invade alcune grandi città, tra cui Lione che, concesso il gioco di parole, colgono la palla al balzo per lanciare qualche evento culturale che possa sposarsi con un mondo che il più delle volte sembra molto lontano dalla filiera culturale.

Dibattiti e confereze sul tema della « democrazia » nel calcio sono nel calendario cittadino sotto l’ombrello La démocratie par le foot, ma non solo. Il museo di storia cittadina, il museo Gadagne, che trova casa nel centralissimo quartiere di vieux Lyon si é messo in gioco inaugurando il 21 aprile un’esposizione : Divinement foot !

Fino al 4 settembre la città si rivolge ad un pubblico differente, quello dei turisti che si recano in città per assistere a una partita, a coloro che si dipingono il volto e si avvolgono nella bandiera della propria nazione, a quei tifosi che non siamo abituati a immaginare all’interno di un museo. Ma perché no ? Sarebbe limitativo perdere l’occasione e affermare il contrario. La storia di un tessuto cittadino passa anche da questo, e in Italia dovremmo saperlo molto bene.

E cosi Lione ci ricorda attraverso un’esposizione interattiva adatta ad ogni tipo di pubblico come questo sport sia da considerarsi una sorta di nuova religione particolarmente popolare in tutto il mondo. Se ne analizzano i riti, gli eroi beatificati, i luoghi di culto, i valori. Il tutto con in apertura la sovrapposizione evidente della coppa premio (quella che si alza a seguito di una vittoria per intenderci…e che si colleziona con fierezza) e del calice che rimanda a sua volta a tradizioni come quella del Santo Graal. Tutto diventa immadiatemente evidente.

Vignette-paniniL’introduzione inserisce subito questo sport nella dimensione sacrale, i calciatori sono idoli ed eroi. Un vacabolario religioso. L’olandese milanista Van Basten accettava l’appellativo di « San Marco » donatogli dai tifosi… Un vero e proprio furto della terminologia e cultura propria al campo religioso, e non si tratta di campo da gioco. Noto a chiunque é il culto di Pelé, per il quale la nazione ha addirittura istituito un giorno di festa nazionale, e di Maradona. Simili a quei santini che le nonne di altri tempi conservano gelosamente, ecco spuntare immagini dei giocatori da idolatrare. Era il 1961 quando la repubblica del pallone (leggesi Italia) generava una vera e propria rivoluzione : l’album di figurine Panini ! Proprio durante i recentissimi Mondiali di Rio i giocatori spagnoli sono state rappresentati nell’album storico da un’artista tedesco  come santi in vetrate di una cattedrale. Scelta originale che lo stesso autore attribuisce propria alla cultura spagnola poiché ammette che non avrebbe potuto realizzare la stessa cosa per la squadra della Germania. Differenze culturali…

altarino maradonaQuesta nostra Italia, non considerata la Cattolicissima come la Spagna, aveva comunque già sperimentato nella fase Risorgimentale una nuova religione laica, quella della patria. Quando Garibaldi diventa Maradona cosa succede ? Emergono anche in questo caso le reliquie preziose e senza prezzo. Quindi esposto in sala un pittoresco altarino (riprodotto) presente di fronte un bar napoletano contente un paio di capelli del celebre giocatore argentino. Quei capelli vengono idolatrati, e non solo. Citando lo stesso testo pubblicato su Wikipedia é stata fondata nel 1998 a Rosario una chiesa a lui dedicata : « La Iglesia Maradoniana (Chiesa di Maradona) è una religione parodistica fondata dai sostenitori dell’ex-calciatore argentino Diego Armando Maradona, da loro considerato il migliore al mondo nonché Dio del calcio. ». Preghiere, sacramenti e festività (esiste sia una Pasqua che un Natale), nonché una buona dose di seguaci sorprendono i non credenti ! Ovviamente l’esposizione lascia aperta una parentesi sui dibattiti che restano in ogni caso vivi a oggi come l’abuso di droga e l’illegalità praticata dal giocatore…

Ma siamo ancora nella sfera religiosa quando il 22 giugno 1986 lo stesso Maradona, durante i mondiali in Messico, segna di mano contro l’Inghilterra dichiarando, al termine della partita, che si trattava di un gol per « mano divina ».

togoMolto interessante é anche osservare la vetrina dedicata ad altri tipi di rituali religiosi legati a questo sport, come quelli praticati dal Togo nel 2006… Le differenze culturali non impediscono alla sfera del sacro di penetrare il mondo calcistico. Vivi sono ancora i ricordi dei reportage sui riti voodoo prima di alcune partite importantissime giocate dagli azzurri, o espressioni del tipo « di macumba si vince » !

Per chiudere con una nota di sacralità anche nazionale, diamo spazio all’inno cantato in apertura, prima del calcio d’inizio, quell’inno che faticosamente i nostri giocatori non semplicemente cantano, ma in alcuni casi si esprimono con la mano sul cuore. E i tifosi anche. Il culto della Patria, il culto del Calcio, il CULTO punto.

Le forme dell’amore in “Café Society”

café societyLa croisette del 2016 ha visto sfilare sul tapis rouge dell’apertura del festival di Cannes un cast giovane e brillante unito sotto le ali protettrici di un fecondo Woody Allen. Nulla da dire a proposito delle ottime interpretazioni, della fotografia impeccabile di un mondo color seppia e argento che sembra risultare molto apprezzato.

La mia riflessione sorge piuttosto soffermandosi sul termine « amore », parola attorno alla quale gira la sinopsi letta dalla sottoscritta (e non solo) prima di accedere alla sala cinematografica. Questa parola dovrebbe riflettere il nodo centrale dell’intreccio cinematografico in atto : la storia della relazione amorosa tra i due protagonisti. Una lettura superficiale della pellicola lo conferma in modo ineccepibile , quasi banale.

La mia lettura pone pero’ una serie di questioni, legge negli sguardi, nei silenzi cosi come nelle frasi che ondeggiano nei dialoghi sempre tanto importanti nelle opere di Allen. E la conclusione é un’esclamazione : ma questo allora sarebbe amore ?

All’interno di questa « Society » prendono parte più forme di amore che pero’ si contraddistinguono nettamente, partendo da quello più genuino e quasi innocente (ma forse non ingenuo) della moglie del protagonista, a quello dell’uomo atcafe society3tempato che perde la testa per la propria segrataria… L’unico che pero’ trova posto sul piedistallo di cristallo e capta tutta la luce dei riflettori é quello « contrastato » dei due protagonisti, il quale li renderebbe quasi una nuova sorta di Romeo e Giulietta, amanti maledetti.

Tutto questo ha fatto sorgere in me un forte turbamento interiore. Sarebbe amore stare insieme a una persona solo perché in grado di riempire di complimenti e di far sentire importante ? O forse potremmo pensare piuttosto a riconoscenza, simpatia, ecc. Non nego possa entrare in gioco la vanità, ma dubito fortemente di poter utilizzare a giusto scopo il termine « amore » all’interno di un tale contesto.

Sarebbe amore scegliere di sposare l’uomo che possiede un’enorme fonte di mezzi economici e ricchezza, potenza, stabilità, in grado si garantire opulenza in gioielli e vita mondana ? A mio parere corrisponde a una sorta di opportunismo che combacia col fascino subdolo del potere, il quale non é pero’ sinonimo di amore.

Sarebbe amore ritornare a pensare a quel ragazzino liquidato senza mezze misure in quanto naif e squattrinato quando lo si ritrova in cima a un impero, celebre, elegante e sicuro di se ? Evito direttamente una risposta…

Forse l’unico amore é quel colpo di fulmine , a senso unico evidentemente, che continua a tormentare il protagonista, che lascia il futuro in sospeso, perché non é stato consumato, e non tanto perché proibito. La fiamma non si spegne quando non si concede alla candela il tempo di consumarsi. Ma evitiamo di persuaderci del contrario, il senso é unico. L’incrocio di forme é l’unico AMORE di “Café Society”: un cerchio, un rettangolo, un quadrato e un triangolo.

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Giorgio Bassani e “Il romanzo di Ferrara” – La lirica della missione

Il_romanzo_di_FerraraPer andare a Ferrara serve un libro. Per conoscerne l’atmosfera servono delle pagine ben scritte. Serve la poesia e la lirica di un romanzo non comune e di un autore che decide di imporre la stessa scrittura come strumento d’espressione della propria emozione.

Giorgio Bassani e il suo « Romanzo di Ferrara » navigano con circolarità magistrale tra novelle e romanzi di una vita attraverso gli stessi luoghi e gli stessi personaggi creando une vero e proprio microcosmo con una logica interna precisa e impeccabile. L’insieme delle opere trova giustamente posto nel « Romanzo » essendovi qui un vero corpus dalla coerenza tematica.

L’autore, in quanto « poeta », sente la necessità di descrivere (in modo quasi ossessivo, fino a cristallizzare) per comprendere. A lui spetta il compito di recuperare un passato problematico. Qualcosa di traumatico. Senza pero’ entrare nelle maglie del movimento neorealista, senza dar vita a un romanzo ideologico. Lui, come Primo Levi, DEVE farlo.

Bassani é uno scrittore difficile. Bassani fa dell’esperienza dell’esclusione il pilastro fondante della sua opera. Lui é uno scrittore che vive il suo secolo e lo racconta : la nascita del movimento fascista ; l’inizio e lo sviluppo della tragedia antisemita in Italia ; l’immediato delicato dopoguerra. La storia con i suoi avvenimenti é un fil rouge che si sente, che si narra. Il 1938 e le leggi razziali sono sempre nello sfondo. Sono sempre presenti mentre a Ferrara dove gli ebrei sono borghesi e fascisti come ogni italiano patriota. Sono i volontari che hanno partecipato al primo conflitto mondiale.

Ferrara pero’ deve essere raccontata da un Bassani che la vive come prigione. Questa é per lui una prigione del passato, quello traumatico che non si puo’ dimenticare nonostante la nuova Italia desideri cancellare ogni ricordo spiacevole. Ferrara é sempre cinta da mura. Ferrara é una città che osserva e giudica. Ferrara é borghese, laica, reazionaria e fascista. Lei é la città emblematica all’interno di un’Italia che non ha saputo negarsi alla dittatura. E lui la narra attraverso storie di rotture sociologiche, restituendo una struttura logica al caos storico. La denuncia storica e la dimensione letteraria coabitano allora fedelmente.

Fuggire da Ferrara significa restarne comunque prigioniero, e se ogni personaggio é cosciente dell’alternativa, sa che al destino non si puo’ sfuggire. L’individio é continuamente prigioniero dllo sguardo dei curiosi. L’individio arriva anche al suicidio, come forma liberatoria, come desiderio estremo di fuga. Lo stesso Bassani fuggendo dalla sua città, raggiungendo Roma e Napoli, é un prigioniero della sua Ferrara.GIORGIO BASSANI - IL GIARDINO DEI LIBRI

La città é senza dubbio coprotaconista con l’io del narratore. Alla topografia viene attribuita un’importanza fondamentale in quanto anche metaforica. La città parla e si esprime. Spazio e tempo sono due dimensioni strettamente legate, immobili.

L’autore vive una missione : quasi una sorta di intermediario tra i vivi e i morti, per lui che ha il peso di essere sopravvissuto, e vuole restituire dignità a quella persone la cui scomparsa diviene banale oblio. Si incarica di mantenerne viva la memoria. Di darle quella dimensione di eternità propria della scrittura, di conservare il suo sguardo sempre rivolto all’indietro (come dice egli stesso ne « Il giardino dei Finzi Contini »), di andare alla ricerca di quel tempo perduto. (Innegabile l’influenza di Proust.)

Il romanzo é un viaggio nel passato. Fissarne le esperienze e resuscitare attimi di vita. Oltre quella frontiera simbolica e discriminante, quella divisione spaziale e sociale che puo’ essere immaginata in corso Giovecca.

La sua é vera indignazione ma evocata in modo sottile. Il peggio é cio’ che non viene raccontato. Come i campi di sterminio, oggetto onnipresente ma all’interno del campo del « non detto ».

C’é qualcosa di poetico e di estremamente enigmatico nella lettura di Bassani. Spetta al lettore tirarne le conclusioni finali, elaborare il tutto attraverso la sua coscienza.

La chiarezza e la descrizione particolarmente realista accompagnano personaggi ambivalenti e instabili in una realtà complessa. L’unica cosa evidente é la solitudine e l’esilio di un intellettuale che sente di dover rendere conto di tutto attraverso la letteratura.bassani___targa_casa

Bassani vive una missione.

Quei 20 anni di Toy Story…

toy_story_wallpaperEra il 1995. Anche se in Italia sarebbe arrivato nel 1996.

Tutto ebbe inizio con una lampada da tavolo con braccio flessibile (di quelle che si vedono negli studi degli architetti) che saltellava. La sua lampadina era come un occhio che osservava e che ci avrebbe trasportati a nostra insaputa verso il futuro. Perché quella era la Pixar, quella casa di produzione cinematografica specializzata in “computer generated imagery” (CGI). Ovvero quella prima casa cinematografica ad aver sviluppato un lungometraggio interamente realizzato e sviluppato in computer grafica : Toy Story.

Per noi cresciuti a pane e grandi classici si tratta di roba moderna. Addio « Re Leone », arrivederci « La bella e la bestia », e via dicendo… eppure lo sbalzo temporale diviene realtà fulminante quando la scoperta che si celebrano i 20 anni di Toy Story guadagna terreno !

I giocattoli sono vivi, provano emozioni e ne fanno provare a noi. Il successo planetario ne costiuisce una saga (altrettanto grandiosa). Rivederlo oggi sul grande schermo, rendendosi conto che la maggior parte dei genitori in sala erano ancora bambini quando si trovavano sulle poltroncine del cinema 20 anni fa a vedere le disavventure di Woody e Buzz, é senza dubbio qualcosa che fa un certo effetto. Io accompagnavo il mio fratellino. Ma certo non mi rendevo conto della rivoluzione in atto.

La storia vuole che la Pixar abbia dato vita anche a altre leggende dell’animazione come « Cars » , « Ratatouille », « WALL•E », « Up », « Monsters & Co. »…

Ma non dimentichiamoci che tutto é cominciato li…a casa di un bambino che amava i suoi giocattoli.

L’importanza delle biblioteche aperte d’estate

In questo clima soffocante e catastrofico di mezzo agosto, vorrei cogliere l’occasione per diffondere un semplice articolo di un giornalista de “L’Internazionale”, C. Raimo, per non nascondere la polvere sotto al tappeto. La cultura e il nostro rapporto con i libri e la conoscenza coincidono con la nostra storia e con il nostro popolo. Forse é inutile aggiungere altro, oltre alle evidenze!

libri-estate-biblioteca“Chi vuole andare a leggere o a studiare alla biblioteca nazionale di Roma, da circa un mese si trova davanti un cartello che dice:

A seguito del persistere delle condizioni climatiche torride e del malfunzionamento dell’impianto di climatizzazione, si comunica che è anticipata l’entrata in vigore dell’orario estivo a decorrere dal 9 luglio 2015

Lo stesso avviso si può leggere (con qualche refuso in più e solo in italiano) anche sul sito dove è specificato cosa vuol dire orario estivo: apertura dalle 8.30 alle 13.30 tranne che dal 10 al 22 agosto quando l’orario si ridurrà a un’ora al giorno, dalle 10 alle 11; la distribuzione dei libri sarà disponibile anche quella solo un’ora la mattina, dalle 9.30 alle 10.30.

Se non fosse un comunicato ufficiale, sembrerebbe una parodia. Ed è vero che gli effetti di questi orari estivi sono ridicoli. Immaginatevi di aver bisogno di consultare un certo libro per una vostra ricerca: andate la mattina a cercarlo alla biblioteca nazionale, lo richiedete in quella fascia di un’ora a voi concessa, ve lo recapitano, lo sfogliate e capite – accade spesso a chi fa ricerca – che non è quello che cercavate, dovete tornare la mattina dopo per ordinarne un altro.

Le biblioteche potrebbero trasformarsi in piazze del sapere

Ogni volta che si sente parlare di un paese che sta investendo sulla cultura, bisognerebbe fare l’esempio della biblioteca nazionale di Roma o di quella nazionale di Firenze (che dal 10 al 22 agosto chiude del tutto), ed essere meno sorpresi e moralisti rispetto ai cosiddetti cervelli in fuga.

Per centinaia di migliaia di studenti universitari l’estate è oltre che la stagione di riposo, il tempo in cui poter fare ricerca più liberamente, e per studiare ci si sposta – si è anche semplicimente costretti a spostarsi. Per esempio a Parigi – dove la biblioteca nazionale non fa pause estive e ha un sito in nove lingue; a Madrid – dove la Biblioteca nacional de España d’estate riduce il suo orario dal consueto 9-21 a quello 9-19.30; o a Monaco, dove la Bayerischen Staatsbibliothek è aperta dalle 8 a mezzanotte.

Contrastare la disgregazione sociale

Ma non è solo agli studenti che le biblioteche potrebbero essere utili d’estate. È almeno un ventennio che anche in Italia si discute sulla trasformazione del loro ruolo, a partire dal fatto che l’utenza media in molte parti d’Italia non supera il 2 per cento di abitanti l’anno.

Le biblioteche potrebbero trasformarsi da sale di archivio, studio, consultazione, a quelle che un libro di Antonella Agnoli chiama Le piazze del sapere (2009): luoghi aperti a tutti (anche stranieri che non parlano italiano, oppure senza fissa dimora), dove si legge certo, si prendono in prestito libri ma si può consultare internet, si fanno anche dei corsi, si può giocare alla playstation, o semplicemente si prende un aperitivo, ci si incontra, ci si riposa.

È quello che Agnoli definisce il ruolo sociale delle biblioteche sulla scorta dell’esempio anglosassone delle public library. Se le ripensiamo in questo modo – lei stessa l’ha fatto come consulente per vari comuni – vedremo l’utenza aumentare anche del 500 per cento, e soprattutto avremo dei presìdi democratici, utili proprio a contrastare quella disgregazione sociale che sembra il problema cardinale delle amministrazioni pubbliche.

Ma c’è di più. Le biblioteche possono essere ripensate anche affidandogli un ulteriore ruolo, quello turistico. In un recente incontro con il ministro della cultura Dario Franceschini, Agnoli ha citato l’esempio statunitense, per cui le biblioteche ospitano spesso anche il visitor center.

In Italia la loro diffusione capillare sul territorio – addirittura più degli uffici postali – permetterebbe di avere un ufficio turistico anche in luoghi dove non ci sono fondi per impiantarne uno ex novo, e al tempo stesso darebbe la possibilità a chi sta viaggiando di accedere al resto dei servizi: lettura, internet, riposo…

Il ministro Franceschini non ha raccolto. Ma sarebbe invece proprio indispensabile che accanto ai finanziamenti che ha promesso nel febbraio scorso – tra cui un milione di euro alle due biblioteche nazionali che evidentemente non basta per non farle chiudere ad agosto – ci fosse finalmente un progetto vero di ripensamento delle biblioteche. Il rischio altrimenti è quello di assistere, con poche velleitarie armi di contrasto, al lento declino di quella che invece potrebbe essere una delle reti più vive per cultura e per la democrazia di un paese.”

Perché vedere MORTDECAI? – 10 buone ragioni

mortdecai1) Rappresenta un’ottima scusa per evitare di finire in sala a vedere 50 Sfumature di Grigio

2) L’ambientazione cosi deliziosamente british trasporta con sé un fascino senza tempo

3) E’ il miglior cast riunito che ottine il miglior risultato (oltre le mie personali aspettative)

4) La Paltrow invecchia con una classe invidiabile da ogni donna presente sul globo terrestre

5) Fa sempre piacere gettarsi nell’universo di un umorismo non volgare

6) Mentre fuori nevica … al cinema si sta al calduccio!

7) A noi non interessa la critica giornalistica che é in grado di massacrare qualsiasi cosa con crudeltà degna del peggior squartatore

8) Abbiamo sempre sognato una guardia del corpo (anche dopo Bodyguard della Houston)

9) Perché crediamo nelle favole

10) Ma sopratutto perché non vogliamo indietro i soldi del biglietto a fine proiezione!

“L’urlo delle sirene” a Torino

urlo delle sireneUltimamente mi capita quasi casualmente di visitare esposizioni e mostre nella mia città natale.

Non che l’offerta sia carente, anzi, ma nei fine settimana in cui raramente rientro in patria sono innumerevoli le occupazioni che mi rapiscono, e forso troppo poco il tempo per me…

Invece ecco che lo scorso sabato mi impongo una visita a Palazzo Barolo dove é stata allestita la mostra “L’urlo delle seirene. Memorie e immagini di una città bombardata”.

L’intento di offrire uno sguardo alla Torino degli anni ’40, la Torino vittima del terrore e del terrorismo della guerra aerea prenurlo2de vita grazie a immagini; riproduzioni fotografiche, abiti, oggetti sfiorando la realtà quotidiana degli abitanti nella sua completezza: la scuola, la città, i rifugi, ecc.

Il potere dell’iconografia non lascia spazio a retorica. La visita silenziosa nelle cantine dell’aulico palazzo trascorre aprendo la riflessione intima e a tratti angosciosa. Fatti e ricordi ne sono il nucleo.

Tutto cio’ grazie senza dubbio ad un equipe di lavoro che ha saputo leggere i tasti giusti, interpretarli in modo oggettivo, ed esporli con semplicità: complimenti!

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Photos: http://www.comune.torino.it

Film da Oscar #3, o meglio, che lo meritavano…Billy Elliot di Stephen Daldry (2000)

Mi chiamo Billy, Billy Elliot, e sono un ragazzino fortunato perché so cosa voglio fare da grande : voglio danzare, voglio ballare, voglio lasciarmi trascinare da questa passione.billy-elliot

So che non é tipico dei ragazzini della mia età… anzi devo tenerlo nascosto, quasi come fosse un segreto terribile, ma non ne capisco il motivo. Il mio babbo desidera tanto che io prenda i suoi vecchi guantoni da boxe e trascorra cosi’ il mio tempo libero… dopotutto io ci ho provato. Pero’ ho trovato di meglio. Sarebbe questa una colpa?billy-elliot-01

Anche io all’inizio credevo che la danza fosse qualcosa riservata soltanto alle femminuccie, ma é diventato naturale cambiare idea. Alcuni amici l’hanno capito e sopratutto MI hanno capito. Pero’ é tanto duro vivere con questo peso: quello di dover nascondere tutto per timore della mia famiglia. Se la mia mamma fosse ancora viva avrebbe tanto apprezzato! E so che la mia nonnina mazza matta ne é felice e, anche se non ha tutte le rotelle a posto, coglie l’importanza della mia sfida.

É una sfida che riguarda il futuro, il mio futuro. É un riscatto per chi lotta quotidianamente nelle miniere del mio paese. Lo so che é tanto dura, lo so che io non faccio parte di certi ambienti, ma lottero’. Lo faro’ perché qualcuno ha creduto in me, come Mrs Wilkinson, e adesso anche la mia famiglia. Il babbo non si é mai allontanto da Durham e adesso é qui con me sul bus verso Londra, la Capitale. Lui sarà con me per affrontare l’audizione. Non posso deludere nessuno. I sacrifici di tutti verranno ripagati…

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Esaminatrice: Posso chiederti, Billy, che genere di sensazioni hai quando danzi? Billy: Non lo so… una bella sensazione… Sto lì, tutto rigido, ma dopo che ho iniziato, allora, dimentico qualunque cosa. E… è come se sparissi. Come se sparissi. Cioè, sento che tutto il corpo cambia, ed è come se dentro avessi un fuoco, come se… volassi. Sono un uccello. Sono elettricità. Sì, sono elettricità.

Il lupo perso nella steppa – IL LUPO DI WALL STREET di Martin Scorsese

wolf wall streetRispetto alla valanga di riscontri positivi mi dichiaro in questa sede in pieno disaccordo. In altri termini (meno poetici) hanno dovuto legarmi alla poltrona per costringermi a restare in sala sino alla fine della proiezione, e tutto cio’ dopo circa solo un’ora. Se solo Scorsese avesse optato per una scelta ridimensionata e più essenziale non dubito che ne sarebbe uscito un capolavoro…

Quello che poteva essere un film sinceramente ricco di potenziale si é trasformato in un’eterna ripetizione ossessiva delle stesse scene che vagano tra il ridicolo ed il drammatico, lungo un estenuante cammino di 3 ore sino all’esasperazione.

Il percorso degenerativo di un mondo, di una società vittima di un potere semplicemente “sporco” e “danaroso”, dove la violenza dell’egoismo mascherato da altruismo é spinta agli estremi, non solo oltrepassa i confini (che sarebbe anche lecito all’interno di questo contesto), ma diviene insopportabile di fronte ad un’assenza di struttura forte della storia. Il tutto é un banale ciclico ripetersi delle solite scene.wolf

La sensazione di degenerazione é chiarissima nella prima fase dell’opera, ma tende a divenire una costante fastidiosa priva di interesse sino ad un certo risveglio nelle scene finali. Tutto ritrova un senso (finalmente!) alla chiusura di un cerchio che tristemente non si chiude e di fronte al volto di una giustizia illusoria. Morale della favola: il buono resta semplicemente con la coscienza pulita, il cattivo sulla cresta dell’onda e privo di reale pentimento. E l’ottimo Di Caprio non é sufficiente per salvare il peso complessivo.

 Il risultato é un film che non rivedrei, nonostante le sue “sacche d’interesse”.

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