Un burn-out : e ripartire ?

Leggendo le riviste patinate femminili si leggono sempre più sepesso testimonianze di donne (ma anche uomini) che dopo aver dedicato la loro vita, nel vero senso della parola, all’impiego che svolgono ogni giorno per lavoro, si sono trovati di colpo sommersi dal nulla. Si sono fermati perché il blackout ha fermato la macchina/corpo. E bisogna attendere un certo tempo prima di riuscire a rimettersi in piedi. burnout
Non é assolutamente esagerato parlare di « choc radicale », doloroso, sopratutto per chi é abituato a ritmi serrati…ma l’abitudine di prendere tempo per respirare, sollevarsi a fini salutari non andrebbe mai messa da parte.
Come per ogni pericolo incombente esistono i segnali che avvisano, quelle lucine luminose che il nostro corpo accende ma che difficilmente si riescono ad intuire ; e cosi si dimagrisce, si perde il sonno, si diventa indisponibili nei confronti del prossimo, si é demotivati, e le difese immunitarie resistono meno alle infezioni (eczemi, problemi digestivi, perdita d’appetito, ecc.).
Lunghi mesi in cui l’umore subisce balzi irrefrenabili e « petit à petit » ecco la crisi che prende il sopravvento sopra l’essere l’umano poco vigile. La ricetta per fuggire non esiste… In compenso esiste l’obbligo : cessare tutto ! Leggere, prendere tempo per se stessi, curare la propria persona, non vivere in un tabou e non vivere la vergogna. Ma anche apprezzare i raggi del sole, il loro calore, la meditazione e il rilassamento.
La lontananza aiuta a riacquistare le preziosissime ore di sonno e a lavorare su se stessi quando la propria soglia di tolleranza allo stress é evidentemente più bassa… Non sappiamo se la colpa sia da addossare alla frenetica società moderna, ma molte sono molte le persone arrivate in prossimità del suicidio e oggi conoscono il prezzo da pagare. Se la fiamma brucia non bisogna avvicinarsi, bruciarsi. Piuttosto perché non imparare a soffiare sopra questa fiamma ?
Il perfezionismo non esiste, l’ideale perfetto nemmeno… ma credere il contrario é occasione sempre più frequente di casi distruttivi.
Terapie, antidepressivi, ecc…ma le vere priorità sono dentro di noi e sono da leggere come un vero e proprio ri-orientamento. Quasi una sorta di « rivoluzione filosofica » é il termine che si legge in certe testimonianze. Spesso questi « manager in crisi » iniziano con lo scrivere un libro. La scrittura é terapeutica, una lettura interiore che non porta a distruzione. Anzi.
Il problema non é risolto in ogni caso con il rientro al proprio posto di lavoro, dopo il periodo di detox : come proteggersi ? L’incomprensione altrui é il primo ostacolo da considerare… e chiedere aiuto non significa essere in fallimento. Significa capire che il sistema é cambiato, é in atto una modifica. Diviene impossibile riprendere il desequilibrio precedente tanto potente di fronte a una nuova fragilità. Forse bisogna solo capire che tutto questo é « una lezione di vita ».

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