Mobbing – Un’esperienza

Tempo fa usciva nelle sale cinematografiche Mobbing. Mi piace lavorare. Io non l’ho visto, non mi sembrava una realtà che potesse un giorno interessarmi, nessuno mi aveva detto che anche i più forti finiscono per cedere.

Ho iniziato a lavorare presso il mio ente nell’aprile 2009, e sin dal primo momento ho percepito l’ostilità di un ambiente dove si sottendeva una guerra al quotidiano, mai enunciata apertamente, e sempre tra rivali che nei fatti non avevano nulla da vincere o perdere. Quasi come se fosse un’abitudine, la consuetudine a prevalere simile ad una lotta di sopravvivenza nella giungla, poco nobile per degli essere umani.

L’annuncio a cui ho risposto prima di passare alla “saga dei colloqui” parlava di  una realtà “prestigiosa”, e questo termine mi ha accompagnato con costanza lungo questi anni. Sin dal primo giorno, tutti mi hanno fatto credere che quello è il miglior luogo del mondo, che il suo prestigio non aveva pari, che lavorare all’interno significava avere una grande fortuna e per questo bisognava ringraziare ogni giorno di farne parte. Peccato che ciò veniva riferito esclusivamente alla sottoscritta, l’unica di uno staff composto da una decina di persone che aveva firmato il proprio contratto solo dopo trasparenti selezioni gestite da un ente esterno. Ogni altro collega occupava la propria sedia perché segnalato da qualcuno, per cognome (naturale o acquisito), o per altre vicende personali.

Essere piombata in questa realtà mi ha spinto a gestire al mio meglio ogni singola energia, a dare il massimo per dimostrare le mie reali capacità nell’ottenere obiettivi solamente con le mie forze, e senza l’ausilio di terzi. Ho cercato di moltiplicare le mie competenze riuscendo a gestire progetti di una certa complessità con interlocutori delicati, senza mai lamentarmi del carico di lavoro che vedevo aumentare con una costanza quasi impercettibile… Il fatto che io riuscissi a condurre a destinazione più rapidamente e con maggior precisione gli incarichi divenne cosi controproducente, poiché ha focalizzato la mia figura come l’imbuto sul quale versare pratiche, piccole o meno, creando uno squilibrio nella distribuzione di carichi di lavoro oltremodo evidente. Tutto ciò accompagnato da un sonetto a cantilena che ripeteva la frase “Ringrazia di lavorare qui”.

Io ho deciso di non lamentarmi mai, di accettare passivamente e di continuare a svolgere il mio dovere con lealtà, ma non certo passione in considerazione delle osservazioni, sempre meno celate, di ingiustizie e pratiche poco trasparenti che vedevo avvenire intorno a me; anzi spesso io stessa mi trovavo a dover mediare situazioni moralmente scorrette solo per “il volere dell’ ente”.

Nessuno si è mai posto un problema di etica, morale, o trasparenza; nessuno si è mai chiesto se svolgevamo veramente il nostro dovere sia nei confronti dell’ente, che della società… quello che però mostravamo all’esterno non era dissimile da un Eden fiorito, dove tutto era splendido, sincero, spontaneo e dai nobili fini.

L’essere testimone e strumento delle ingiustizie nei confronti della comunità esterna ovviamente mi feriva, ma la mia persona ha avuto i primi attacchi diretti, segnali evidenti di denigrazione nonostante tutti gli sforzi e la disponibilità dimostrata, nel momento della sostituzione dal mio incarico senza preavviso, a sorpresa, con delle scuse banali. L’assenza di dialogo che mi ha spinto verso una convinzione di stato di inferiorità, era dettata solo dall’interesse privato del singolo dirigente, ma all’epoca era difficile rendersene conto razionalmente.

Come se avessi compiuto degli errori, mi è stato detto che mi sarebbe stata concessa un’altra possibilità (casualità, dovevo ancora una volta ringraziare), ed ho deciso di accogliere la sfida, un po’ per necessità, avendo il bisogno naturale di un salario per sopravvivere, un po’ per dignità personale.

Ho condotto missioni di responsabilità, anche a livello internazionale, senza il sostegno di equipe come invece si usava fare nei confronti del resto dello staff; organizzare da sola ed essere la responsabile di gruppi di almeno 50 persone residenziali fuori sede non era ammesso per svariati motivi. Eppure ho accettato senza obiettare.

Ho affiancato a lungo referenti dai rapporti diplomatici difficili, se non impossibili, avendo ogni membro dello staff espresso il proprio rifiuto a collaborare a quelle condizioni. Essendo io l’unica risorsa che non poteva rifiutare, mi sono lasciata distruggere dai piccoli gesti del quotidiano che sembrano nella norma, portando sempre avanti la bandiera dell’ente. Il problema è stato accettare sempre di più senza avere il coraggio di dire che tutto questo stava diventando insopportabile.

La mancanza di rispetto, di comunicazione, la menzogna… la lettura delle mie trasferte lavorative (pesanti) come occasione di vacanze, la richiesta di lavorare da casa anche durante il periodo di malattia, essere considerata sempre come l’ultima in grado nonostante un titolo di studio e delle competenze superiori a quelle degli altri…

La sensazione era quella non esistesse nessuna valorizzazione delle risorse, che non fosse legata ad altro tipo di interesse.

L’attenzione a tutti questi gesti non è stata immediata, la mia tendenza è stata quella di tacere e a soffrire in silenzio, convinta della non comprensione altrui. Mi sono attaccata disperatamente al mio posto di lavoro a rischio della mia salute fisica e psicologica.

Infatti dopo i primi tre anni in queste condizioni sono arrivati i primi attacchi di panico, che con il tempo si sono trasformati in depressione, agorafobia e immobilità. Il timore a utilizzare mezzi di trasporto, il non voler restare in un luogo con altre persone…

Ogni parola, ogni intonazione, ogni allusione aveva su di me importanza, e tutti questi dettagli nel loro insieme hanno avuto un potere distruttivo. Ho iniziato a dubitare seriamente delle mie competenze personali e di me stessa. Mi sembrava che la colpa del mio malessere fosse solo mia in quanto incapace di vivere, con un cattivo carattere, addirittura folle. La conseguenza di tutto era solo legata a me stessa.

Ho iniziato a isolarmi dagli amici, ad interrompere le mia attività sociali, a confinarmi in casa alla ricerca di un mio centro che speranzosamente credevo sarebbe tornato autonomamente.

Invece sono stata assalita da nuove crisi, sempre più costanti, con conseguenze sul resto della salute, sino a ritrovarmi immobilizzata nel letto, in un mare di lacrime, ossessionata unicamente da istinti suicidi che ormai avevano fatto la loro comparsa da tempo. Questo ha rappresentato per me il punto di non ritorno, quello in cui ho aperto gli occhi, ho riconosciuto il problema, e soprattutto la necessità di ottenere degli aiuti. Da sola non avrei potuto trovare la via d’uscita, anche perché da sola ero arrivata nel bel mezzo del tunnel.

Di questa umiliazione quotidiana non si muore direttamente, ed è difficile riprendersi. Chi è depresso peggiora fino alla fobia, la confusione totale. Ho iniziato un percorso di psichiatria associato al lavoro di uno psicoterapeuta. Partivo dal presupposto che la mia malattia mentale non esistesse e accettare di chiedere aiuto di fonte ad una prescrizione farmacologica è equivalso a cominciare una battaglia: quella contro i falsi miti ed i luoghi comuni che mi ero costruita intorno. Col tempo ho imparato a non considerare il disagio mentale un tabù, e ad acquisire la consapevolezza che tutto questo poteva essere curato… io potevo uscirne!

Dopo settimane di rifiuto palese nei confronti dei farmaci, accompagnate sempre da un’acuta sofferenza, ho iniziato a leggere, informarmi, cercare una casistica simile alla mia. La conoscenza ha dissolto i miei pregiudizi. Ho capito che non avrei dovuto assumere farmaci per tutta la vita, che avrei potuto sospendere un giorno la mia terapia, in altri termini che non sarei stata imprigionata in una gabbia farmacologica senza via d’uscita.

I dialoghi in terapia mi hanno mostrato nuove vie di letture dei casi della vita, facendo chiarezza laddove la nebbia aveva offuscato l’obiettività. Ho iniziato a lavorare alacremente sulla mia autostima e ho deciso di mettere fine al terrore lavorativo col coraggio di una “lamentela”. Ho fatto presente ai dirigenti, con prove alla mano, che il carico lavorativo sulle mie spalle non mi permetteva di condurre uno stile di vita sano e che avrei rischiato di ricorrere all’errore. Ho deciso di reagire il prima possibile, confidando ancora in una giustizia.

La risposta non è corrisposta alle mie aspettative: loro si aspettavano ancora di più da me, non potevano assolutamente alleggerirmi di alcun incarico. Lo stress, la confusione, la rabbia, hanno dato vita a crisi nervose in ufficio. Ho deciso ancora una volta di reagire il prima possibile: ho richiesto formalmente un periodo di congedo per formazione ai fini di investire sulla mia persona ed uscire da questa spirale. La conseguenza è stata simile ad un ricatto in quanto, dopo aver dichiarato la mia inutilità e l’inutilità dei miei interessi, mi si diceva che mi veniva concesso tale periodo a patto che io non concludessi i miei studi, con evidente definitiva rottura con l’ente. Inoltre veniva aggiunto che io stavo solo approfittando della mia malattia.

Ancora una volta ho accettato, ma questa volta per motivi diversi: voglio dedicarmi a me stessa, liberarmi dal senso di colpa e riprendere a non soffrire inutilmente.

Continuo a vivere nell’isolamento, ad avere attacchi di panico che mi impediscono il sonno e a sgorgare lacrime che nessuno comprende, ma continuo la mia cura nella convinzione di aver fatto la cosa giusta nell’intervenire (seppur non precocemente) e per questo motivo voglio diffondere un messaggio: la depressione attualmente è una delle malattie più diffuse a livello mondiale, ma nessuno è solo.

Non rinchiudetevi in voi stessi, non fingete che il problema non esista, non vergognatevi di voi stessi. Di fronte all’incapacità di reagire, indipendente dalle persone che cercano ti trasmettere positività, non lasciate che sia l’abbattimento persistente ad avere la meglio. Chiedete aiuto e non temete di mettere fine a una relazione lavorativa che con parole, sguardi e sottintesi, può solo denigrare la persona. Ed avere effetti distruttivi.

luglio 2013

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